I primi passi davanti alla macchina da presa
Il cinema accompagna Raffaella fin dall’infanzia. A Bellaria, dove trascorre lunghi periodi con la famiglia, una zia, Tosca, possiede tre sale cinematografiche. Raffaella vi entra liberamente con la madre e il fratello e arriva a vedere anche un film ogni sera. Ama le storie tormentate, ammira Katharine Hepburn e si appassiona a quel mondo che osserva dallo schermo. Molti anni dopo ricorda: «con mia madre e mio fratello ci vedevamo un film a sera, gratis» (Ciak, n. 3, 1987).
La prima esperienza su un set è già arrivata nel 1952 con Tormento del passato ma rimane un episodio isolato dell’infanzia. Dopo gli anni della formazione, il rapporto con il cinema assume una dimensione diversa.
Nel 1958 Raffaella compare in Valeria ragazza poco seria. L’anno successivo prende parte a Europa di notte e a Caterina Sforza, la leonessa di Romagna. Sono i primi tasselli di un’attività che comincia ad acquistare continuità.
È un periodo nel quale cerca ancora il proprio spazio. Alcune fotografie scattate a Bellaria nel 1959 la mostrano sedicenne insieme a Paolo Carlini. Quando vengono pubblicate molti anni dopo, La Domenica del Corriere racconta che Raffaella «stava cercando di farsi strada nel mondo dello spettacolo» e che quelle immagini erano state realizzate «nella speranza di procurare un po’ di pubblicità alla Carrà» (La Domenica del Corriere, n. 47, 1974).
Anche i fotoromanzi entrano in questa fase della sua attività. Nel 1963 TV Sorrisi e Canzoni ricorda, insieme ai primi film, «una serie di memorabili fotoromanzi» (TV Sorrisi e Canzoni, n. 35, 1963). Cinema, fotografia e televisione iniziano così a sovrapporsi, senza che esista ancora una separazione netta fra i diversi ambiti nei quali Raffaella lavora.
Raffaella, inoltre, non è una donna pronta a scendere a compromessi pur di avere un ruolo importante.
«Se qualcuno tentava di approfittarsene, io sgusciavo via. E gli arroganti li mettevo a tacere con una sequela di insulti. Dalle trappole della “dolce vita” mi proteggeva la corazza dei sani principi morali acquisiti in Emilia»
OGGI | N.45/1984
Succede anche che le preferiscano spesso attrici più vistose e slanciate di lei. Un episodio, in particolare, Raffaella lo ricorda con particolare amarezza:
«Albeggiava e faceva freddo. Con le valigie già sotto casa, ero pronta a trasferirmi sul set di Estate violenta. Mezz’ora, un’ora. Senza neppure avvertirmi mi lasciarono in mezzo alla strada ad aspettare una macchina della produzione che non arrivò mai. Avevano annullato il contratto a mia insaputa. Il mio ruolo era stato dato, se non sbaglio, a Jaquelin Sassard. Non fu il sotterfugio a ferirmi, quanto la maleducazione, quel cinismo riprovevole.»
OGGI | N.45/1984
Nel frattempo la madre la sollecita a ripensare a riprendere gli studi frequentando un corso integrativo per rientrare al liceo. Raffaella è decisa a non mollare anche se, per paura di ricevere rifiuti, non riesce a chiedere agli uffici di produzione se ci fosse un lavoro per lei.
La lunga notte del ’43
Nel 1960 arriva l’incontro con Florestano Vancini. Raffaella ha 17 anni e recita ne La lunga notte del ’43. Raffaella partecipa con il cast alla Mostra del Cinema di Venezia.
Quell’esperienza rimane impressa nella sua memoria anche per un episodio tutt’altro che glorioso. Molti anni dopo ricostruisce la telefonata con cui le viene proposto di andare al Festival in assenza della protagonista femminile Belinda Lee:
«Una mattina il produttore mi telefona a casa. “Belinda Lee, la protagonista, è impegnata in America. Conto su di lei. Senta, è disposta ad andare al Festival?” Rispondo di sì naturalmente. Tra Enrico Maria Salerno e Gabriele Ferzetti mi troverò nell’aristocrazia della celluloide.»
OGGI | N.45/1984
La madre le procura in fretta un vestito elegante in una boutique di Rimini. I capelli sono cotonati, il trucco più marcato del solito, ai piedi porta tacchi a spillo sui quali non si sente perfettamente sicura. Quando sente pronunciare il proprio nome deve scendere le scale davanti al pubblico:
«Appena sento scandire Raffaella Pelloni, oddio, mi prende un tremore in tutto il corpo. Ma non posso restar ferma. Devo scendere le scale, allinearmi laggiù nella sala. M’affretto, inciampo, cado a terra. Molti si girano a commiserarmi, altri ridono. In fondo alle scale, sconfortata, mi sento come un clown nel sacrario delle divine.»
OGGI | N.45/1984
La lunga notte del ’43 non determina però un’immediata trasformazione della sua carriera come sperato. Raffaella non nasconde la distanza fra ciò che vorrebbe fare come attrice e alcuni dei ruoli che le vengono proposti. Sono gli anni dei film mitologici e d’avventura, un genere al quale Raffaella guarda senza particolare entusiasmo.
Ricordando quel periodo racconta:
«Forse era quella l’occasione per prendere definitvamente il largo. Macché. Mi illudevo che fosse così, ma non successe niente. Per sopravvivere sono così costretta a svendere la mia immagine interpretando film mitologici.»
OGGI | N.45/1984
Raffaella continua a lavorare molto e nel 1960 prende parte a La furia dei barbari e a Il peccato degli anni verdi. Nel 1961 arrivano Maciste nella terra dei ciclopi, 5 marines per 100 ragazze e Maciste l’uomo più forte del mondo. Nel 1962 recita in Ulisse contro Ercole, film che Raffaella ricorda come particolarmente deludente:
«Il set è in campagna e, in bikini di leopardo, devo cadrere da una quercia tra le braccia del supermuscoloso di turno. Lavoro un giorno soltanto, ma almeno sono ben pagata, centomila lire. Però non sono contenta.»
OGGI | N.45/1984
Sempre nel 1962 gira Ponzio Pilato, Giulio Cesare, il conquistatore delle Gallie, I Don Giovanni della Costa Azzurra e L’ombra di Zorro. L’attività cinematografica è intensa ma i personaggi che le vengono affidati non sempre corrispondono al suo temperamento. Nel 1967 lo dice apertamente:
«Mi sono sempre toccati personaggi di vittime, che non corrispondono affatto al mio temperamento di bolognese piuttosto volitiva.»
(articolo di Ezio Suppini, rivista non identificata, 1967, pp. 58-61).
Questa insoddisfazione non significa che Raffaella abbandoni la recitazione. Al contrario, continua a muoversi fra esperienze diverse, cercando occasioni nel cinema, nel teatro e nella televisione.
I compagni e Marcello Mastroianni
Nel 1963 Raffaella prende parte a Il terrorista e a I compagni di Mario Monicelli.
Quest’ultimo rimane uno dei film che ricorda con maggiore piacere. Nel 1987, dopo averlo rivisto in televisione, lo definisce «un bellissimo film» (Ciak, n. 3, 1987).
A distanza di anni conserva anche il ricordo di una scena con Marcello Mastroianni. Il copione prevede che Raffaella lo schiaffeggi, ma al momento di girare non riesce a colpirlo realmente. Mastroianni se ne accorge e cerca di convincerla a non trattenersi. Raffaella finisce per dargli lo schiaffo come previsto e l’episodio le rimane impresso come una piccola lezione di naturalezza davanti alla macchina da presa (Oggi, n. 45, 1984).
Il cinema, tuttavia, è soltanto una parte del lavoro. Nel 1963 TV Sorrisi e Canzoni presenta Raffaella come «attrice cinematografica e presentatrice televisiva». Ha già condotto Il paroliere questo sconosciuto e successivamente Musica Hotel (TV Sorrisi e Canzoni, n. 35, 1963).
La televisione non costituisce dunque un’attività successiva alla recitazione cinematografica. Le due esperienze procedono contemporaneamente, insieme al teatro e ai fotoromanzi.
Nel 1964 Raffaella prende parte a Dopo il buio e a L’amore e la chance. Proprio in questo periodo il suo lavoro televisivo finisce, secondo una testimonianza pubblicata dalla stampa francese, per aprirle una possibilità inattesa nel cinema internazionale.
Verso Hollywood
Nel 1964 Ciné Télé-Revue racconta che il regista Mark Robson decide di scritturare Raffaella dopo averla vista in uno spettacolo televisivo:
«C’est Mark Robson, le réalisateur du film, qui a engagé Raffaella, sitôt qu’il la vit dans un show télévisé.»
Ciné Télé-Revue | N. 36/1964
La rivista annuncia che la 20th Century Fox ha firmato con la ventunenne Raffaella un contratto «à long terme» per una parte nel nuovo film di Frank Sinatra. Essere accanto a Frank Sinatra viene presentato come un’enorme occasione di visibilità internazionale.
Nel 1965 Raffaella gira così Il colonnello Von Ryan (Von Ryan’s Express). Nello stesso anno prende parte anche a La Celestina P… R…, mentre l’esperienza americana la mette a contatto con un sistema cinematografico profondamente diverso da quello al quale è abituata.
Il rapporto con Sinatra diventa inevitabilmente uno degli elementi sui quali si concentra maggiormente la stampa nazionale e internazionale.
Frank Sinatra
Nel 1965, quando l’esperienza è ancora recentissima, il settimanale Stop dedica a Raffaella il servizio «Solo io conosco il vero Sinatra». La presentazione parla di una «profonda amicizia» nata durante L’espresso di Von Ryan (Stop, n. 884, 1965).
Raffaella racconta un uomo diverso dall’immagine pubblica che lo accompagna. Sinatra si confida con lei, le parla della famiglia, dei figli e soprattutto della prima moglie, Nancy Barbato. Raffaella si convince che non abbia mai smesso di volerle bene.
Durante la lavorazione i due hanno occasione di frequentarsi anche fuori dal set. Una sera, a Cortina d’Ampezzo, Sinatra le domanda come abbia cominciato a lavorare. Raffaella gli racconta la propria storia e lui ricambia raccontandole gli anni della giovinezza. Sono conversazioni che Raffaella ricorda come parte di un rapporto fatto soprattutto, in questa testimonianza del 1965, di amicizia e confidenza.
Sinatra cerca anche di incoraggiarla professionalmente. Raffaella racconta che vuole aiutarla a proseguire la carriera di attrice e che intorno a lui scopre un mondo dalle dimensioni per lei sorprendenti. Aerei privati, proprietà immobiliari e attività imprenditoriali fanno parte della quotidianità del cantante.
Un episodio le rimane particolarmente impresso. Sinatra la chiama perché ha preso una decisione:
«Voglio comperare immediatamente il palazzo Kirkeby a Los Angeles.»
Il motivo appare a Raffaella quasi incredibile. Quella mattina Sinatra ha dovuto spostare il proprio elicottero dal tetto e decide che le alternative sono due: comprare l’edificio oppure trasferire altrove i propri uffici (Stop, n. 884, 1965).
Il racconto restituisce la distanza fra il mondo dal quale proviene Raffaella e quello nel quale si trova immersa.
Negli anni successivi le ricostruzioni del rapporto con Sinatra diventano più esplicite. Nel 1967 Raffaella parla del corteggiamento e descrive un Sinatra molto autoritario:
«È un tipo molto autoritario: quando lavoravamo insieme, ad esempio, pretendeva che alla sera andassi a letto alle dieci.»
Ricorda inoltre che in Italia Sinatra le appare gentile e socievole, mentre a Hollywood lo vede circondato costantemente da collaboratori e guardie del corpo (articolo di Ezio Suppini, rivista non identificata, 1967, pp. 58-61).
Nel 1968 la vicenda viene nuovamente raccontata da Tribuna Illustrata. Sinatra sostiene di essersi innamorato di Raffaella e di avere pensato al matrimonio. Raffaella conferma invece soprattutto l’insistenza del corteggiamento:
«Dopo avermi mandato cesti di rose per un mese intero, Frank, una sera, mi sussurrò “I love you” per nove volte filate».
(Tribuna Illustrata, n. 42, 1968, pp. 23-25).
Non attribuisce però alla relazione lo stesso significato che le attribuisce Sinatra e ridimensiona l’idea di aver pensato seriamente al matrimonio.
Le testimonianze non sono quindi perfettamente sovrapponibili. Quella che emerge più vicino ai fatti, nel 1965, è innanzitutto una forte amicizia accompagnata da una crescente confidenza; negli anni immediatamente successivi Raffaella riconosce più apertamente il corteggiamento e il flirt, senza tuttavia descrivere il rapporto nei termini che Sinatra utilizza nel 1968.
Il contratto della Fox
L’esperienza americana non si esaurisce nel rapporto con Sinatra. La Fox offre a Raffaella la possibilità di rimanere negli Stati Uniti.
Su questo punto una dichiarazione del 1966 permette di conoscere con precisione le condizioni che le vengono proposte:
«Questa estate la Fox mi ha proposto un contratto per cinque anni, con il permesso di venire in Italia due volte l’anno: l’ho rifiutato.»
(Annabella, n. 16, 1966).
Il rifiuto non nasce da un giudizio negativo sul modo di lavorare negli Stati Uniti. Al contrario, Raffaella rimane impressionata dall’organizzazione hollywoodiana. Ha una roulotte all’interno dello studio, un camerino, personale incaricato del trucco e dei capelli e un’insegnante di dizione con cui ripassare i dialoghi. Apprezza la puntualità e la calma con cui viene organizzato il lavoro:
«Si lavora a una puntualità straordinaria, con tutta la calma: io ci ho messo due mesi a fare una piccola parte.»
(Annabella, n. 16, 1966).
A non convincerla è soprattutto la prospettiva di vivere stabilmente negli Stati Uniti.
«Non ce la farei a vivere in America, è un mondo troppo diverso. Uno splendido Paese per il lavoro.»
Beverly Hills le appare quasi immobile alla fine della giornata. Alle abitudini americane contrappone quelle romane:
«A Roma, quando la sera finisci di lavorare, ti dici: “Basta, per oggi è finita, adesso mi diverto”.»
C’è poi l’impatto con la promozione cinematografica. Raffaella ricorda giornate che iniziano alle otto del mattino e terminano alle sei di sera, passando da un servizio fotografico all’altro, fino ad avere male ai muscoli del viso per il continuo sorridere.
«La cosa che ti distrugge è la pubblicità.»
(Annabella, n. 16, 1966).
Osserva persino le differenze tecniche nel lavoro. Nota, per esempio, il diverso sistema di doppiaggio e racconta che a Hollywood viene doppiato tutto il materiale girato, in modo da lasciare al montatore una maggiore libertà nella scelta delle scene.
Ma Raffaella ragiona anche sulle prospettive che quel sistema può realmente offrirle. Un film americano garantisce una distribuzione internazionale, ma questo non basta a convincerla:
«bisogna levarsi dalla testa l’idea di diventare una star hollywoodiana.»
Il problema, secondo lei, è anche linguistico. Non crede di poter arrivare a parlare «l’americano puro» e ritiene quindi che le verrebbero affidati soprattutto personaggi europei, con conseguente limitazione delle parti disponibili (Annabella, n. 16, 1966).
L’anno successivo aggiunge un’altra motivazione. Il contratto quinquennale non stabilisce quanti film le sarebbero stati effettivamente affidati e, soprattutto, Raffaella teme di dover modificare se stessa per adeguarsi alle esigenze dello studio:
«Non sono rimasta a Hollywood, dove mi proponevano un contratto di cinque anni, innanzitutto perché in quel contratto non si parlava del numero di film che mi avrebbero fatto girare, e poi perché non mi andava la condizione implicita di sottopormi a una metamorfosi che mi avrebbe spersonalizzata e standardizzata secondo i loro gusti.»
E conclude:
«Io sono italiana, anzi sono di buon sangue bolognese, e ci tengo a conservare la mia personalità.»
(articolo di Ezio Suppini, rivista non identificata, 1967, pp. 58-61).
Le due testimonianze, rese a breve distanza l’una dall’altra, si completano. Raffaella apprezza l’organizzazione professionale di Hollywood, ma non vuole trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti, vede limiti concreti nelle parti che potrebbero esserle offerte e non accetta l’idea di modificare la propria identità per adeguarsi a un modello prestabilito.
Gino Stacchini
Negli stessi anni la vita professionale si intreccia con la lunga relazione con Gino Stacchini, calciatore della Juventus.
Nel 1970 Oggi Illustrato dedica un ampio servizio alla vita privata di Raffaella raccogliendo le testimonianze della madre, della nonna, del fratello, di persone che l’hanno conosciuta e dello stesso Stacchini (Oggi Illustrato, n. 48, 1970).
Stacchini ricorda che i due si conoscono quando sono ancora molto giovani:
«Ci siamo conosciuti quando eravamo ancora ragazzini, stavamo sempre insieme.»
Con il passare degli anni entrambi iniziano a viaggiare continuamente per lavoro:
«Io giravo l’Italia con la mia squadra, lei con i suoi spettacoli teatrali. Potevamo vederci molto poco, ma quando ci incontravamo stavamo talmente bene insieme che era come se non ci fossimo mai lasciati.»
(Oggi Illustrato, n. 48, 1970).
È un rapporto che attraversa dunque proprio gli anni nei quali Raffaella si divide fra cinema, televisione e teatro.
Secondo la madre, anche la relazione con Stacchini pesa sulla decisione di non stabilirsi negli Stati Uniti. Angela Dell’Utri ricorda che, di fronte alla prospettiva di un contratto americano, Raffaella preferisce tornare in Italia anche perché innamorata. È una lettura familiare dell’episodio che si affianca alle motivazioni professionali e personali espresse direttamente da Raffaella nel 1966 e nel 1967, senza sostituirle.
Stacchini ricorda soprattutto la determinazione con cui Raffaella difende il proprio lavoro. Alla domanda se sarebbe disposta ad abbandonarlo, gli avrebbe risposto:
«Mai, per nessuna cosa al mondo.»
Per lui:
«il lavoro veniva prima di tutto.»
(Oggi Illustrato, n. 48, 1970).
Anni dopo Raffaella ricorderà che la relazione si interrompe quando Stacchini le propone il matrimonio (Oggi, n. 45, 1984). La testimonianza non coincide completamente con quella resa dallo stesso Stacchini nel 1970, quando afferma che di matrimonio non parlavano. Rimane invece costante, nei diversi ricordi, un elemento: Raffaella non intende rinunciare al proprio lavoro.
Il ritorno in Italia
Rifiutato il contratto americano, Raffaella continua a lavorare in Europa. Nel 1966 gira Rose rosse per Angelica, Il vostro superagente Flit e Il Santo prende la mira.
Il cinema, tuttavia, continua a proporle spesso personaggi lontani da ciò che sente più congeniale. Nel 1967 torna sull’argomento:
«Mi sono sempre toccati personaggi di vittime, che non corrispondono affatto al mio temperamento di bolognese piuttosto volitiva.»
(articolo di Ezio Suppini, rivista non identificata, 1967, pp. 58-61).
i.
È proprio in questa fase che il teatro acquista un peso crescente. Raffaella passa da un mezzo all’altro, portando con sé ciò che apprende in ciascuno.
Ciao Rudy
Nel 1966 entra nel cast di Ciao Rudy, il musical di Garinei e Giovannini con Marcello Mastroianni.
Il provino la mette davanti a una difficoltà nuova. Deve cantare e teme di non esserne capace. Molti anni dopo ricorda di essere arrivata addirittura a dubitare di essere intonata. Al pianoforte il maestro Trovatoli la mette alla prova con una canzone di Mina. Il giudizio è positivo: «Bella voce» (Oggi, n. 46, 1984).
Raffaella entra così nello spettacolo. L’esperienza del Sistina la coinvolge e le fa desiderare una maggiore continuità nel teatro musicale. Il ruolo che le viene affidato, tuttavia, non la soddisfa completamente e ne discute con Giovannini.
Il successo personale le fa sperare di poter continuare stabilmente con Garinei e Giovannini. È lei stessa a proporlo:
«Mi sono innamorata pazzamente del vostro teatro. Perché non mi scritturate fissa, come è stato per Delia Scala? M’accontento di un contratto da centomila lire al mese.»
La risposta che spera, però, non arriva. Raffaella riassume la delusione ricordando le parole con cui la nonna cerca di consolarla:
«“Hai convinto tutti” prova a dirmi la nonna per incoraggiarmi. Ed io: “Tutti, meno i due che contano”.»
(Oggi, n. 46, 1984).
L’esperienza con Mastroianni le lascia comunque qualcosa di importante. Nel 1984 Raffaella riconosce al teatro la capacità di averle insegnato il ritmo e la disciplina della scena, dove non esiste la possibilità di interrompere e ricominciare:
«Errori se ne fanno, è ovvio. E si correggono. Ma a sipario aperto, non è più possibile dire: “Scusate, rifacciamo la scena”.»
(Oggi, n. 46, 1984).
Gino Cervi e il teatro di prosa
Un’altra esperienza decisiva nella sua formazione di attrice è il lavoro con Gino Cervi in Del vento tra i rami del sassofrasso.
Raffaella conserva di Cervi un ricordo particolarmente affettuoso. Entrambi emiliani, trovano un linguaggio comune e, a distanza di anni, lei gli riconosce un ruolo di autentico maestro:
«Se Cervi era apprezzato da tutti, da me era addirittura adorato. Da emiliano a emiliana, mi parla sempre con la massima schiettezza. Sa come prendermi. Diventa un maestro prezioso. Il primo che mi insegna veramente qualcosa senza darsi arie, semmai solo brontolando un po’ da orso buono.»
(Oggi, n. 46, 1984).
Con Cervi impara soprattutto a muoversi sulla scena. Il teatro le impone una disciplina differente da quella del cinema: non esistono montaggio o seconde possibilità e bisogna continuare anche quando qualcosa non funziona.
Raffaella lavora inoltre con Giulio Bosetti in Processo di famiglia. Ancora una volta le viene proposto un personaggio drammatico, nonostante lei senta di avere una predisposizione diversa:
«Mi sento tagliata per parti comiche. E invece, per un curioso paradosso, trovo soltanto ruoli strappalacrime.»
(Oggi, n. 46, 1984).
La parte le interessa comunque perché le permette di lavorare all’interno di una compagnia che considera di qualità. Non cerca necessariamente il ruolo principale. Vuole soprattutto occasioni nelle quali poter imparare e misurarsi con attori esperti.
Macario e Non sparate al reverendo
Nel 1967 Raffaella è al Teatro Alfieri di Torino con Macario in Non sparate al reverendo. L’articolo di Ezio Suppini la descrive mentre continua a dividersi fra cinema e teatro e ricorda anche le precedenti esperienze con Macario in Tempo di samba, con Bosetti in Processo di famiglia e con Cervi in Del vento tra i rami del sassofrasso.
Il rapporto con Macario non è semplice.
Raffaella ricorda di avere un carattere ostinato e di sopportare male quelle che considera ingiustizie. Durante Non sparate al reverendo il contrasto esplode quando Macario multa alcune ballerine inglesi perché hanno parlato dietro le quinte mentre lui era in scena. Raffaella trova il provvedimento ingiusto.
Quando, durante un’altra rappresentazione, è invece Macario a parlare dietro le quinte mentre lei recita, Raffaella gli fa notare che, applicando lo stesso principio, dovrebbe essere multato anche lui.
La discussione diventa accesa. Nella memoria di Raffaella, Macario le urla:
«Carrà […] con quella testa lì non farai mai carriera!»
(Oggi, n. 46, 1984).
L’episodio rimane per lei uno dei ricordi più vividi di quella stagione teatrale. Non è soltanto uno scontro personale: mostra quanto Raffaella fatichi ad accettare gerarchie e regole quando le percepisce come applicate in maniera diseguale.
Il teatro continua comunque a essere un luogo nel quale sperimenta, sbaglia e impara. Nel 1967, mentre recita all’Alfieri, il suo percorso professionale comprende ormai contemporaneamente cinema, palcoscenico e televisione.
Cinema, teatro e televisione
Alla fine degli anni Sessanta non esiste ancora una sola direzione nella sua attività.
Nel cinema continua a lavorare. Nel 1969 prende parte a 7 eroiche carogne e a Professione bigamo. Nel 1970 arriva Il caso “Venere privata”.
Parallelamente, il teatro le ha permesso di confrontarsi con linguaggi differenti e con interpreti come Mastroianni, Cervi, Bosetti e Macario. La televisione, già presente nei primi anni Sessanta con Il paroliere questo sconosciuto e Musica Hotel, continua intanto a occupare uno spazio sempre maggiore.
Raffaella non considera quegli anni cinematografici un periodo di grandi affermazioni personali. Quando nel 1987 Ciak le chiede come ricordi la propria esperienza sul grande schermo, risponde senza indulgenza:
«Non ho mai brillato nel cinema né come importanza né come bravura ma ricordo tutto con molta simpatia.»
(Ciak, n. 3, 1987).
Ricorda anche la parte meno affascinante del mestiere:
«Ricordo bene anche quando erano insopportabili le giornate sul set, ore e ore di attesa: una noia grandissima.»
Il giudizio appartiene alla Raffaella adulta e non modifica ciò che accade negli anni in cui quei film vengono realizzati. Restano anni nei quali lavora con continuità, passa dai film mitologici al cinema d’autore, dalle coproduzioni internazionali a Hollywood, dalla prosa alla commedia musicale e contemporaneamente sperimenta il mezzo televisivo.
Quando, nel 1987, le viene chiesto che cosa metterebbe in un film se potesse realizzarne uno secondo i propri desideri, la risposta riunisce linguaggi che per anni ha frequentato separatamente:
«Sarebbe stupendo. Ci metterei dentro tutto: risate, lacrime, musica, danza, fantasia, passione.»
(Ciak, n. 3, 1987).