Non riesco a diventare mamma

Rivista Bolero

Numero 1679

Data 8 luglio 1979

Paese Italia

Raffaella Carrà, allegra e spensierata sul palcoscenico, nasconde un cruccio segreto e lo ha rivelato a “Bolero” per la prima volta.

«Milioni di volte ho desiderato un figlio»

«Sembra un destino crudele: non ho mai fatto niente per non avere un bambino, ma fino a ora non è arrivato», dice amareggiata la show-girl.

Roma, luglio

I capelli sempre biondi e sempre curati, sempre inappuntabile, sempre sorridente e scatenata sul palcoscenico, Raffaella Carrà sembra l’immagine della felicità. È giovane, è bella, è ricca, è amata. Sembra che la vita le abbia dato tutto. Invece, quando il fotografo si allontana, quando le telecamere si spengono e Raffa non è più costretta a sorridere per esigenze di palcoscenico, vive un dramma di donna. Dietro il suo sorriso si nasconde una sofferenza che affiora anche qui, alla festa dove siamo insieme. Attorno a noi la gente parla, ride. Alcuni si avvicinano a Raffaella per farle i complimenti. Lei. Raffa, ha un sorriso per tutti, un gesto affettuoso. Poi, ci appartiamo in un angolino a chiacchierare in santa pace.

Stiamo per caso parlando di bambini, e il dramma di Raffaella viene alla luce. Non sorride più e, improvvisamente, si sfoga: «Questo è il mio problema. Un problema al quale tento di sfuggire, ma non sempre ci riesco. Un figlio. Milioni di volte ho desiderato un figlio! Credo che questo sia abbastanza normale in ogni donna, ma io sento questa necessità in un modo violento. Non sono più una ragazzina e desidero un figlio, per sentirmi completa. Non ho mai fatto niente per non avere bambini, ma il bambino non è venuto. Sembra un destino crudele: se si vuole un figlio, questo non viene. Chissà perché. Posso averne, dicono i medici, tutto è perfetto, eppure questo non succede. Prima pensavo di essere troppo tesa al mio lavoro. Ero spesso nervosa, quando dovevo prendere una decisione, quando dovevo scegliere tra uno spettacolo e un altro, per esempio. Da circa un anno sono cambiata, sono più serena, più sicura di me, ho trovato un equilibrio che prima non avevo e ho tanto sperato che questa calma che mi sentivo dentro, mi rendesse più disponibile a una maternità. Invece il bambino non arriva, anche se io spero sempre. Perché non posso diventare mamma?»

Gianni Boncompagni sente come lei questo dramma?

«Secondo me una donna, proprio perché è donna, è più toccata da questo problema. Non dimentichiamo poi che lui ha già tre figlie, conosce l’emozione dolcissima di essere padre, ha su chi riversare i suoi sentimenti paterni.»

Ma lei non è una madre, per le figlie di Gianni?

«Non mi metterei mai al posto di una persona che esiste, che loro amano. Per loro sono un’amica, un affetto, una persona che conta, anche se non so bene come. Claudia. la più grande delle figlie di Gianni, ora che ha 21 anni, ha scelto di vivere con la madre, ma è tenerissima con me, ha molta confidenza in me, forse mi racconta cose che non racconta a sua madre. Paola e Barbara invece vivono con noi. Paola ha diciotto anni e, un carattere chiuso: solo con me si scioglie molto. Certe volte, quando per esempio ha una discussione con Gianni, mi prende la mano, chiede la mia solidarietà. Barbara, che per me è la piccolina, ha sedici anni. È la più legata a me, perché l’ho conosciuta quando era ancora una bambina.»

Allora è per questa sua delusione che lei si butta tanto nel lavoro, che è la Raffaella instancabile, puntualissima, professionista al massimo…

«No. non è vero neanche questo. Il lavoro per me non è un surrogato a una vita che non ho. Io lo amo molto, e lo amo non per i successi e gli applausi, ma proprio perché mi permette di conoscere persone nuove, di tutto il mondo. Anche se il desiderio di un figlio è invincibile in me io, come donna, mi sento realizzata. Ho un tipo di vita un po’ diverso dalla vita comune, non mi realizzo come donna cuocendo gli spaghetti o stirando le camicie di Gianni. Io mi sento donna ed è per questo, perché amo tanto la vita che faccio, che mi sentirei di poter dare molto a un bambino… Ma ora basta, non parliamo più di questo argomento che mi amareggia.»

Parliamo di lavoro. Come mai non l’abbiamo più vista in TV, dopo lo spettacolo che ha condotto con Noschese?

«Perché per la TV italiana io non sono cresciuta, sono sempre la ragazzina del 1970 che tenta di fare “Canzonissima”. E oggi questo non lo accetto. Io tornerò in TV soltanto quando potrò fare uno spettacolo veramente mio, in cui io creda. Non so quando verrà questo giorno, ma verrà, ne sono sicura.»

Lei, in Italia, punta sulla canzone. Eppure, se ricordo bene sua madre disse un giorno che era stonata, da ragazzina.

«Non pensavo di cantare, mi piaceva solo ballare, sognavo di diventare una grande ballerina. Adesso invece mi interesso di musica, scelgo io le mie canzoni. Le difendo. Mi piace molto “E salutala per me”, la storia di una donna che rinuncia al suo uomo, perché lui ha un’altra. Mi dà i brividi, ogni volta che la canto.»

Le ricorda qualcosa di personale?

«Credo che ogni donna possa avere fatto un’esperienza del genere in vita sua. Si rinuncia, ma in fondo si spera che il proprio uomo ritorni… Ecco, ora mi piacciono le canzoni legate a un’esperienza, canzoni che sono pezzetti di vita.»

L’aiuta Gianni, nella sua carriera di cantante?

«Ora non più. Siamo molto indipendenti nel nostro lavoro. Per esempio, recentemente, è venuto in Giappone con me dove io ho vinto il II premio al Festival di Tokio. ma invece di stare con me. ha girato tutti i giorni per le fabbriche alla ricerca di nuove scoperte elettroniche per il suono. Poi ci ritrovavamo la sera e lui parlava tanto. Ma non del mio lavoro o di noi: di elettronica!»

Testo Cristina Maza

Foto Gianni Minischetti