Infanzia e adolescenza

Raffaella Maria Roberta Pelloni nasce a Bologna il 18 giugno 1943, primogenita di Raffaele Pelloni, un benestante proprietario di un caseificio originario di Bellaria, e Angela Iris Dell’Utri, casalinga romagnola di origini siciliane. Al momento della sua nascita, la famiglia Pelloni vive a Cavazzona, una piccola frazione di 1500 abitanti nel comune di Castelfranco Emilia. Il certificato di battesimo di Raffaella, conservato nell’archivio parrocchiale di Piumazzo, la più grande frazione del comune dalla cui parrocchia in passato dipendeva Cavazzona, recita:
Nell’anno del Signore 1943, il giorno 24 del mese di giugno, in Piumazzo, è stata battezzata da Don Ulisse Turilli la fanciulla figlia di Pelloni Raffaele e della Dell’Utro Angela, nata il 18 giugno 1943, ore 16, nella casa Villa Bellombra di Bologna, dimorante in Piumazzo via Emilia a cui furono imposti i nomi di Raffaella, Roberta, Maria. Fu madrina Pelloni Iolanda figlia di Gualtieri, dimorante in Piumazzo.
Raffaella nasce a Bologna perché la sua famiglia desidera farla nascere in clinica, opzione non comune all’epoca. La citata Villa Bellombra è oggi un Presidio Ospedaliero.
Della famiglia del padre sappiamo che Raffaele Pelloni aveva un fratello, Ferdinando Pelloni, detto Nino, un commerciante di formaggi e prosciutti di Cavazzona. Il figlio di Ferdinando, Athos, cugino di Raffaella, ha avuto a sua volta un figlio, Alessio. Della famiglia di mamma Iris conosciamo soltanto la madre, Andreina, l’adorata nonna di Raffaella.

Per i primi anni, la famiglia Pelloni vive a Piumazzo con la famiglia del fratello del padre, in una villa vicino ai magazzini del caseificio Pelloni. Due anni dopo la nascita di Raffaella, arriva il secondogenito Enzo Pelloni. I genitori si separano dopo solo tre anni di matrimonio. Nonostante ciò, Raffaella vive un’infanzia serena e senza problemi economici, non risentendo delle problematiche legate alla seconda guerra mondiale in corso. Quando Raffaella ha due anni, la madre Iris si trasferisce con lei a Bellaria, nel riminese, insieme alla nonna Andreina. La piccola Raffaella trascorre gran parte della sua infanzia tra la scuola a Bologna e Bellaria, dove la madre e la nonna gestiscono il Caffè Centrale di piazza Matteotti, al di sopra del quale le tre donne vivono.

L’abitazione si trova in Viale Paolo Guidi 4, viale centrale della città. Al Caffè Centrale si esiscono tanti giovani artisti tra cui Gianni Pettenati, noto per Bandiera Gialla, e Gianni Morandi. Raffaella, nonna e mamma li applaudono dal balcone. Oggi questo tratto di strada è conosciuto affettuosamente come l’Isola dei Platani, un luogo ideale per passeggiare e fare shopping, ricco di negozi alla moda e locali. Il lungomare, a soli cinque minuti a piedi, ora porta il nome di Raffaella in suo onore.
Raffaella ha ricordato in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 30 giugno 2017:
“Mi hanno cresciuta due donne. Tre, contando la nurse inglese. Mia mamma Angela Iris fu una delle prime a separarsi nel dopoguerra. Non si risposò più. Nonna Andreina era rimasta vedova di un poliziotto di Caltanissetta. Mi vergognavo di non avere avere una figura maschile. Mio
padre è stato un uomo buono e intelligente, ma inaffidabile. Non aveva alcun senso della famiglia”


Il suo amore per la danza classica si esprime molto precocemente: a 3 anni e mezzo prende già lezioni di danza classica al Teatro Comunale di Bologna dove è accompagnata da nonna Andreina e tiene il suo primo saggio di danza classica interpretando Il lago dei cigni. Il suo gioco preferito è inventare delle coreografie con dei bottoni della nonna su un tappeto persiano ascoltando Čajkovskij, Mussorgsky e Debussy.

È nonna Andreina a credere nel talento di Raffaella e a fare di tutto pur di darle la possibilità di intraprendere la strada dello spettacolo, contro la volontà della mamma che diffida di certi ambienti.
Nel 1970, mamma Iris e nonna Andreina confidano sul numero 48 del settimanale OGGI le loro diverse pozisioni sul futuro di Raffaella.
Nonna Andreina:
“Avevamo in gestione un bar, qui a Bellaria, in quel periodo. E quando era pieno di gente la chiamavo e la facevo ballare nel centro del locale. Era uno scatenarsi di applausi! Quando sua madre se ne accorgeva, poi, erano liti a non finire (…) Ne ho fatte di litigate con mia figlia. Lei voleva che Raffaella facesse l’università, che diventasse, mgari, una professoressa. Balle! Queste sono carriere per la gente comune, non per la mia Raffaella che a sei anni era già una grande attrice. Cosi, quando la mia Raffa era piccolina, senza che nessuno lo sapesse la portavo a scuola di danza e a scuola di recitazione. Aveva talento da vendere, lo dicevano tutti. Sarebbe stato peccato non farla studiare”
Mamma Iris:
“Ero sola, con due figli da tirare su. Mio marito e io ci separammo quando i bambini erano ancora piccoli. Dovevo fare da padre e da madre. E temevo che Raffaella si montasse la testa con i sogni a occhi aperti che la nonna le faceva fare. E poi, con tutte le storie che si sentivano sul mondo degli attori, come potevo desiderare che mila figlia un giorno entrasse in quel giro?”
E ancora la nonna:
“Dovevo agire di nascosto, prima con le parole, poi con i fatti. E mi misi all’opera quando la mia Raffa era ancora piccina. Primo punto importante: una donna che vuole fare l’attrice non deve innamorarsi presto, altrimenti si sposa e buonanotte. Così, invece di raccontarle le favole, le dicevo: “Da grande non sposarti, Raffa mia. Innamorati, si, ma non sposarti. Ama cento uomini, se vuoi, ma aspetta prima di sceglierti un marito: c’è tempo”. Oppure: “Stai attenta alle donne perché tu sarai bella e brava e le amiche sono sempre invidiose. Circondati di amici, di uomini. Sarai talmente bella che faranno a pugni per darti una mano, gli uomini”. Cari miei, non si diventa attrici di colpo. Ci vuole una buona base e io alla mia Raffa gliela davo. Un lavoro perfetto. A sei anni, quando le chiedevano: “Che cosa farai da grande?”, rispondeva: “L’attrice, non mi sposerò mai”.
Il fratello Enzo ricorda sempre sullo stesso numero di OGGI il rapporto con la sorella:
“Mi era antipatica Raffaella, devo riconoscerlo. Erano sempre tutti intorno a lei. “Balla, Raffaella”. si sentiva sempre dire in casa. “Recita, Raffaella. Fai vedere come imiti bene Charlot, Raffaella”. E lei era sempre pronta a intrattenere tutti. Insomma, io non ero nessuno, lei era la soubrette di casa. Una barba! Lo riconosco: ne soffrivo. Fra tutte quelle donne mi sentivo un escluso. Ci fosse stato almeno il papa! Invece, dopo la sua separazione dalla mamma, lo vedevamo cosi poco. Ci mancava molto, sia a me sia a Raffa. Ecco, oggi credo d’aver capito perché mia sorella si desse tanto da fare da bambina. Quando gli amici o i parenti applaudivano, dopo che lei aveva cantato o recitato, domandava: sono stata davvero brava? Sarei piaciuta anche al mio papà? Chissà?, un giorno lo saprà che sono così brava e verrà a vedermi”. E si impegnava a più non posso“
Altre informazioni sull’infania di Raffaella ci arrivano dalla cugina Nadia:
“Era brava, da bambina, non c’è che dire. Ma non stava mai con noi, con i coetanei. Sempre con i grandi, invece. Perché loro la facevano sentire importante. “Balla per noi, Raffaella”, le dicevano. E lei non se lo faceva ripetere due volte. Aveva una taccia tosta! Era diversa dagli altri bambini. “Vieni a giocare con noi” le dicevamo. Ma lei: “Non ho tempo: devo studiare”. “Ma non ti annoi a studiare sempre?”. “No, perché penso che sarò celebre”.
Miranda, un’amica d’infanzia, ricorda Raffaella come una bambina che si dava molto da fare senza accettare compromessi:
“Una volta chiesi: “Ma non ti vergogni un po’ a ballare davanti a tanta gente?”. Mi rispose: “Io no. Penso che un giorno quella gente sarà in un teatro e sul palcoscenico ci saro io. Staranno tutti seduti, mentre in piedi, in prima fila, ci sarà papà ad applaudire. E sarà bello”.
Quando Raffaella ha poco più di sette anni, nonna Andreina le fa conoscere l’attrice ed ex insegnante del centro sperimentale di cinematogafia Teresa Franchini per studiare anche recitazione:
“Aveva poco più di sette anni quando sua nonna la porto da me per la prima volta. “Le insegni, le insegni tanto”, mi disse, “perché voglio che diventi una grande attrice”. In verità, aveva poco da imparare. Un giorno le dissi: “Immagina che il tuo fratellino stia male e tu devi convincere un ricco signore cattivo a darti i soldi per comprare le medicine. Come faresti?”. Si inginocchiò per terra, mormorò soltanto:”La prego, mi aiuti”, e scoppiò a piangere. Era talmente brava che mi misi a piangere anch’io. “Sarà una nuova Duse”, pensai”

Presto nonna Andreina si rende conto che per poter entrare nel mondo dello spettacolo Bellaria non basta ma sarebbe stato necessario trasferirsi a Roma. Si dice che Raffaella prese molto sul serio i consigli della nonna e che, per convincere la madre restia al trasferimento, fece per tre giorni lo sciopero della fame.
“Ero stanca di sentire piangere mia figlia e urlare mia madre. Così, andammo tutti a Roma. D’altra parte non potevo rimproverare nulla a Raffaella. Per me la cosa più importante era lo studio. E lei a scuola faceva molto bene. Nè il ballo nè la recitazione l’allontanavano dai libri. Così l’accontentai” (OGGI, n.48 del 1970).
Così a 8 anni Raffaella lascia Bologna per frequentare l’Accademia Nazionale di Danza di Jia Ruskaja a Roma e fino alla quinta ginnasio alterna scuola e lezioni di danza. Prima va in collegio, poi mamma Iris decide di prendere casa a Roma per restarle vicino.
Mamma Iris ricorda:
“Stavamo un po’ a Roma e un po’ a Bellaria, in quel periodo. Andavamo avanti e indietro. Intanto, Raffaella continuava a studiare danza classica. Mi dicevano tutti che sarebbe diventata una grande ballerina. Che dovevo fare? A poco a poco dovetti rassegnarmi all’idea che mia figlia un giorno sarebbe entrata nel mondo dello spettacolo”.

Quando Raffaella ha 9 anni, si presenta una prima occasione per il successo. Tra i ricordi di famiglia, mamma Iris conservava a Bellaria un foglio con su scritto Città del Vaticano, un invito rivolto alla famiglia Pelloni in udienza pontificia da papa Pio XII. Ospite con i genitori in casa di amici incontra il produttore Malenotti che la scrittura per il film Tormento del passato con la regia di Mario Bonnard. E mentre mamma Iris ha fretta di lasciare Roma, nonna Andreina insiste perchè la nipote partecipi al film. La permanenza si protrare per 20 giorni oltre il previsto. Raffaella riesce addirittura a doppiarsi da sola.
In un’intervista Raffaella ricorda:
“Anche il compenso, per l’epoca, era ragguardevole. Ricevetti diecimila lire. Le ho ancora negli occhi: un foglio di carta grande quasi come un lenzuolo”. Il produttore e il regista riempiono di regali ed attenzioni Raffaella che però presto risulta infastidita. “Mi infastidivano i troppi complimenti, il sentirmi definire “bambina prodigio”. Tutti poi a cercarmi, Raffaella di qua, Raffaella di là. Davvero non me ne importava nulla. La mia vera passione era il ballo”.





Il sogno di Raffaella è diventare coreografa, presto infranto dalla stessa direttrice Ruskaja che la ritiene fisicamente inadatta al ruolo di prima ballerina, prospettandole un percorso molto lungo e difficoltoso per veder realizzare il suo sogno. Raffaella si lascia scoraggiare, lascia l’accademia e a 15 anni frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia dove si diploma a pieni voti.


Mamma Iris a OGGI:
“Certo, fu un dolore quando tornò a casa dopo gli esami di quinta ginnasio. “Mamma, sono stata promossa con la media del sette”, mi disse. “E adesso basta, voglio cominciare a pensare seriamente al mio avvenire. Lascio la scuola. E il prossimo anno faccio il concorso per entrare al Centro sperimentale di cinematografia”. Mi misi a piangere, ma risposi: “Va bene, fa’ come vuoi”.
Il Prof. Guido Cincotti, insegnante del Centro Sperimentale di Cinematografia, ricorda Raffaella come una ragazzina di grande talento:
“Aveva solo quindici anni quando si presentò qui per la prima volta, e dimostrava meno della sua età. Proprio una bambina! Comunque, che talento! Al concorso per l’ammissione al Centro, fu una delle migliori. Soprattutto nel drammatico riusciva molto bene e, ovviamente, nella danza, che era la sua vera passione. Piccola, ma con un caratterino, quella Raflaella! Gli esami finali li superò a pieni voti. Ero convinto che sarebbe diventata una grande attrice. E ballava divinamente”.
Abbandonato il sogno della danza classica ma decisa a non fare lo stesso con la passione per la musica, il suo nuovo obiettivo è la commedia musicale.
A 17 anni il regista Vancini la vuole in La lunga notte del ’43, in gara al festival di Venezia.
“Una mattina il produttore mi telefona a casa. Belinda Lee, la protagonista è impegnata in America. Conto su di lei. Senta, è disposta ad andare al Festival? Rispondo di si naturalmente. Tra Enrico Maria Salerno e Gabriele Ferzetti mi troverò nell’aristocrazia della celluloide. Mamma mi compra d’urgenza il pi bel vestito da una boutique riminese alla moda. Elegantissima, mi muovo ancheggiando, sono in precario equilibrio su lunghi tacchi a spillo. M’hanno cotonato i capelli, truccata come non mai. Appena sento scandire Raffaella Pelloni, oddio, mi prende un tremore in tutto il corpo. Ma non posso restar ferma. Devo scendere le scale, allinearmi laggiù nella sala. M’affretto, inciampo. Cado a terra. Molti si girano a commiserarmi, altri ridono. In fondo alle scale, sconfortata, mi sento come un clown nel sacrario delle divine”.
Nonostante questo imprevisto il fim è importante e avrebbe potuto segnare il vero debutto di Raffaella nel mondo del cinema. Ma così non fu.
“Mi illudevo che fosse così, ma non successe niente. Per sopravvivere sono così costretta a svendere la mia immagine interpretando film mitologici. Primo della lista è Ulisse contro Ercole. Il set è in campagna e, in bikini di leopardo, devo cadere da una quercia tra le braccia del supermuscoloso di turno. Lavoro un giorno soltanto, ma almeno sono ben pagata. Centomila lire. Però non sono contenta. I compagni del centro, invece, mi invidiano. Uno dice “Raffaella, saranno fregnacce, ma per i soldi che danno considerali grandi film”. Riecomi allora in Cinque marines per cento ragazze e in un altro film accanto a Moira Orfei. Ma a che mi serve tutto questo?”
I ruoli che le vengono affidati sono quasi sempre drammatici e non le resta che coltivare la passione per la musica e la danza tra un ciak e l’altro nel suo camerino.
Nei primi anni ‘60 il regista Dante Guardamagna, appassionato di pittura, crea il nome d’arte Raffaella Carrà, associando il suo vero nome che ricorda il pittore Raffaello Sanzio al cognome del pittore Carlo Carrà.
Negli anni ‘60 recita in numerosi film e come attrice arriva perfino ad Hollywood per girare Il colonnello Von Ryan con Frank Sinatra.
La patinata ed effimera vita mondana di Hollywood però non le si addice e terminate le riprese del film ritorna in Italia per dedicarsi ancora al cinema e al teatro.